La Carta dei Vini

I NOSTRI VINI

Nell’ambito di una scelta molto più vasta, troverete principalmente in carta una selezione di vini del territorio ed aziende produttrici per lo più molto vicine alla struttura.
Qui di seguito alcuni cenni su qualche tipologia di vino locale che vi consigliamo di degustare.

MALVASIA DI CASORZO

Ha una storia antica e la presenza in Monferrato, come vino importato, si fa risalire al XIII secolo. Probabilmente dal porto greco di Monenvasaia, grazie a navigatori veneziani abili nei commerci, arrivarono le primi viti di malvaxia che erano dette anche uve greche. La Malvasia è prodotta in Piemonte nel comuni di Casorzo e zone limitrofe comprese nel disciplinare di produzione. La raccolta in genere avviene alla fine di settembre. La Malvasia è ben nota agli enologi per gli aromi particolari, tutti di elevata finezza, fruttati e floreali in particolare rosa, pesca, albicocca, ribes e  lampone.
Dolce e piacevole vino che per il modesto tenore alcolico può essere gustato in ogni ora del giorno. Ottenuto esclusivamente da vigneti siti sulle colline del comune di Casorzo e di alcuni paesi limitrofi, è vanto e prestigio della zona, dove da tempi lontani ha sempre accompagnato ed allietato le feste paesane. Ideale accompagnatore del dessert, ottimo nella macedonia è occasione di allegria e conforto in ogni circostanza. Abbinamenti gastronomici: dessert, macedonie, come aperitivo.

GRIGNOLINO DEL MONFERRATO

• colore: rosso rubino chiaro, con tendenza all’arancione con l’invecchiamento.
• odore: profumo caratteristico e delicato con sentori di fragola, lampone e note di pepe bianco.
• sapore: asciutto, leggermente tannico, gradevole amarognolo con caratteristico retrogusto di mandorla.

LA BARBERA DEL MONFERRATO

La Barbera del Monferrato è un vino DOC la cui produzione è consentita nelle province di Alessandria e Asti. Una prima traccia della Barbera si riscontra in uno scritto del XVII secolo conservato nel municipio di Nizza Monferrato. Nel 1798 entra ufficialmente nell’elenco dei vitigni piemontesi quando viene redatta la prima Ampelografia dal conte Nuvolone della Società Agraria di Torino.
Nella “Ampelografia della Provincia di Alessandria” di Leardi e Demaria, del 1873 (ricordando che detta provincia allora comprendeva tutta la provincia di Asti), si legge a proposito del Barbera: “È vitigno conosciutissimo ed una delle basi principali dei vini dell’Astigiano e del basso Monferrato, dove è indigeno e da lunghissimo tempo coltivato”.
Si diffonde rapidamente nell’Ottocento e nel Novecento e oggi è considerato il principale vitigno a bacca nera del Piemonte. Dai toni rustici, celebrato da poeti di valore, quali il Carducci e il Pascoli, ora il vino Barbera fin dai primi anni di vita viene affinato sapientemente nei piccoli legni di rovere, ammorbidendo il gusto
L’acino è di un bel colore blu intenso, con polpa molto succosa e acidula, buccia vellutata e consistente, con grappolo piramidale molto compatto.
È un vitigno duttile, dal quale si ottengono vini novelli ai grandi vini da invecchiamento. Il vino è di colore rosso porpora, tendente al granato con l’invecchiamento.
Di profumo intenso e fruttato, (note di prugna e di ciliegia matura, mora e lampone), se bevuto giovane ha gusto asciutto, con una buona acidità, gradevolmente fresco, floreale e fragrante adatto a tutto pasto. Il tipo vivace è adatto ad un consumo più immediato, va servito a 15º e abbinato a primi saporiti e salumi.
Il tipo fermo, servito a 16 – 18º va bene con grigliate di carni bianche e rosse, stufati, arrosti e pollame.

IL MONFERRATO FREISA

E’ un vino DOC la cui produzione è consentita nelle province di Alessandria(113 comuni) e Asti (118 comuni).
Abbinamenti consigliati : antipasti regionali a base di carni, in particolare alla griglia, salumi poco stagionati e formaggi conditi. Per il Freisa dolce, biscotti e dolci secchi, ideali le torte a base di farina di granoturco e quelle di castagne.

IL RUCHE’

Di Castagnole Monferrato è un vino DOCG piemontese rosso della provincia di Asti, prodotto da un vitigno autoctono omonimo, presso una piccola zona nord-orientale del suo capoluogo. Il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, con Decreto ministeriale 8 ottobre 2010, ne ha delimitato la DOCG in soli sette comuni astigiani: oltre Castagnole Monferrato, anche i vicini paesi di Montemagno, Grana, Portacomaro, Refrancore, Scurzolengo e Viarigi. Attualmente la denominazione ha un’estensione vitata di 110 ettari.
Il suo nome ha etimologia incerta, tuttavia alcuni ipotizzano un legame in merito ai primi vigneti coltivati vicino a una chiesetta benedettina dedicata a san Roc (san Rocco), oggi inesistente, che si doveva trovare nei pressi di Portacomaro o Castagnole Monferrato. Il vitigno fu probabilmente importato durante il XII secolo da monaci cistercensi provenienti dalla Borgogna. Altri ancora pensano che il nome possa derivare dai tipici luoghi collinari, da cui il dialettale ruché, indicando l’erto arroccamento della vigna ben esposto al sole.
Ha un gusto unico e particolare, mediamente strutturato e generoso. Fino al XIX secolo, il vitigno veniva coltivato anche tra Monferrato e Langhe, ma il terreno a nord-est di Asti (leggermente meno alcalino) si presta meglio ad esaltarne le qualità. A Castagnole Monferrato verso la fine degli anni settanta, il parroco don Giacomo Cauda, insieme al sindaco Lidia Bianco – già segretaria della scuola d’agraria di Asti – si impegnarono nella sua rivalutazione qualitativa, fino a ottenerne la DOC nel 1987. Da allora, il Ruchè ha un posto di nicchia nell’enologia, a livello nazionale e internazionale, di tutto rispetto. Infatti, sebbene ne sia autorizzato legalmente un taglio d’uvaggio del 10% di altre uve, quali brachetto e/o barbera, si preferisce produrlo puro. Successivamente, alcuni comuni limitrofi a Castagnole Monferrato si impegnarono con quest’ultimo per diffondere l’eccellenza qualitativa di tale vino.
Abbinamenti consigliati: è un ottimo vino da formaggi saporiti di media-alta stagionatura (Castelmagno, Grana Padano, tome varie) e per i piatti tipici piemontesi come la bagna cauda, la finanziera e gli agnolotti, si abbina molto bene con secondi di selvaggina.

IL MONFERRATO CHIARETTO

O Ciaret è un vino rosato a Denominazione di Origine Controllata (DOC) la cui produzione è consentita nelle province di Alessandria e Asti.

IL BAROLO

Il Piemonte è una delle principali regioni italiane per la produzione di vino. Il territorio piemontese si estende dalle Alpi, alla cintura collinare che dolcemente sfuma nella pianura. In questo variegato territorio, troviamo una delle zone di produzione più famose al mondo: le Langhe.

Le Langhe sono colline con una altitudine media di 500 metri s.l.m. formatesi per effetto erosivo dei corsi d’acqua che dalle montagne trasportavano a valle sedimenti rocciosi. Il terreno in questa zona è prevalentemente calcareo e e arenario, il che lo rende ideale per la coltivazione della vite. Il clima del Piemonte ha tratti continentali con estati calde ed inverni rigidi. In tutta la regione si registrano forti escursioni termiche. 52.000 sono gli ettari coltivati a vite, in grado di fruttare quasi 3 milioni e mezzo di ettolitri di vino. Confrontando i dati relativi all’estensione con quelli della resa, balza subito all’occhio la bassa resa per ettaro. Il Piemonte può vantare ben 9 vini DOCG e 45 vini DOC. Il vitigno principe è il Nebbiolo, utilizzato nella produzione, tra gli altri, di Barolo, Nebbiolo d’Alba e Barbaresco. Le zone vitivinicole principali sono le colline novaresi e vercellesi, il canavese, le colline Torinesi, il Monferrato (a sua volta suddiviso in astigiano, casalese e alto Monferrato), le colline tortonesi, il Roero e le sopracitate Langhe. Tra i vitigni a bacca rossa, oltre al Nebbiolo, troviamo Barbera, Dolcetto, Freisa, Brachetto, Bonarda, Grignolino e Croatina. I vitigni a bacca bianca più diffusi sono Moscato bianco, Cortese, Manzoni bianco, Erbaluce, Favorita, Arneis e Chardonnay.

Barolo è uno dei vini più famosi. È prodotto con l’uva Nebbiolo, uno dei più grandi vitigni del mondo, presente quasi unicamente in Piemonte. Il Barolo Chinato è un vino aromatizzato ideale per fine pasto.

Il nome Barolo deriva dalla famiglia Falletti, marchesi di Barolo, che ne iniziarono la produzione. Il nome “Nebbiolo” deriva da nebbia proprio perchè l’uva matura quando le colline sono avvolte dalle prime nebbie autunnali, oltre che per il colore grigio argenteo degli acini, quasi  tendente al viola, ricoperti da una pruina che sembra annebbiare l’acino. Nelle Langhe, al di fuori della zona d’origine del Barolo, si chiama tutt’oggi col nome di Nebbiolo d’Alba e di Langhe Nebbiolo. Nella storia Camillo Benso Conte di Cavour ebbe il merito di aver fatto arrivare in zona un famoso enologo francese per “costruire” un vino secco, importante, “alla moda di Bordeaux”. Il risultato trovò un immediato riscontro presso Casa Savoia e presso le corti di tutta Europa. La leggenda popolare narra che la notorietà del vino Barolo è arrivata fino a Casa reale grazie alla Marchesa di Barolo. Re Carlo Alberto chiese alla Marchesa perché “non gli avesse mai fatto gustare quel suo famoso vino del quale tanto aveva sentito parlare”. Qualche giorno dopo i torinesi assistettero ad una strana processione: videro passare per via Nizza a Torino una lunga fila di carri, ciascuno con il suo carico di vino. I carri erano diretti a Palazzo Reale, sede della Corte. I carri e le relative carrà erano trecentoventicinque, uno per ogni giorno dell’anno, sottratti i quaranta giorni di quaresima. Questo vino piacque moltissimo al Re, tanto che ne divenne anch’egli produttore nelle sue terre di Verduno, dirette dal generale Staglieno, già impiegato presso il Cavour. I Falletti divennero molto amici dei regnanti, oltre che del Vino Barolo, tanto che ne regalarono parecchio ai Savoia, lo offrivano ai loro invitati nel loro salotto torinese, ne rifornivano con liberalità gli amici.

È considerato tra i migliori vini italiani da arrosto, ma si accompagna bene anche a selvaggina, pollame, brasati e formaggi stagionati o piccanti. Il Barbaresco si abbina bene a primi piatti ricchi e potenti, a base di tartufo bianco e funghi porcini. Vedi Abbinamento vino cibo. Vitigni impiegati Esclusivamente Uve di Nebbiolo, nelle sottovarietà Lampia, Rosè e Michet. Il Nebbiolo è considerato il più nobile vitigno d’Italia ed è così denominato un po’ perchè le zone nelle quali è coltivato sono avvolte nelle nebbie autunnali, un po’ per l’aspetto degli acini, ricoperti da una leggera pruina biancastra. A base di uva Nebbiolo si produce anche il famoso Barolo. Ma non solo, a nord di Novara vengono prodotti altri vini rossi di ottimo pregio, il Gattinara, il Boca, il Fara, il Ghemme ed il Sizzano, sempre con uve del vitigno Nebbiolo. Ed ancora, altri celebri vini, non piemontesi, quali il Valtellina Superiore provengono da uve Nebbiolo, in quei luoghi chiamate Chiavennasca.
Barbaresco già ai tempi dell’impero romano era punto strategicamente importante, posto in cima ad una collina, era un ottimo un ottimo punto di osservazione e sicuro rifugio da attacchi nemici. Proprietario del castello e delle vigne circostanti divenne, dopo varie successioni, un enologo d’indiscusso valore, Domizio Cavazza. Il rigore tecnico e scientifico di Cavazza, direttore della Scuola Enologica di Alba a fine 1800, ha dato il via alla valorizzazione del vino Barbaresco, un vino che deriva dal vitigno Nebbiolo.